Il sistema politico esprime élite. Selezionate in passato sulla base di diritti di nascita, poi dal censo, infine dalle competenze, oggi sembrano destinate ad emergere dal senso comune (chiamato, per nobilitarlo, “buonsenso”): chi presenta tratti psicologici e comportamenti diffusi tra un vasto numero di cittadini. Come ci siamo arrivati? È un bene o un male? Io vorrei che le élite fossero #miglioridime

Il sistema politico è sempre stato espressione del vertice della piramide sociale. Rare eccezioni: le rivoluzioni, spesso di breve durata, che alla guida di una comunità o di una nazione hanno portato personaggi legittimati da un consenso diretto, senza mediazioni né regole di rappresentanza. Il suffragio universale, con la possibilità di votare per tutti i cittadini di entrambi sessi e superata una soglia minima di età, è una novità recente che ha favorito un relativo appiattimento della piramide della rappresentanza: attraverso i sistemi di selezione, formazione e candidatura dei partiti, hanno potuto entrare in Parlamento operai e altri lavoratori appartenenti ai ceti meno abbienti.

La rivoluzione digitale – e la conseguente evoluzione del sistema mediatico – ha reso possibile un ulteriore appiattimento: quello del dibattito pubblico. Un sistema stratificato intorno ai mass media, con un vertice definito dall’ampiezza geografica della diffusione e dal numero di lettori-elettori raggiunti, si è trovato nel giro di pochi anni schiacciato in una dimensione unica, circolare; uno spazio nel quale tutti possono dare un proprio contributo, elaborato come un saggio o sintetico come un rutto. Lo scienziato di chiara fama si trova così a tu per tu con il commentatore compulsivo che – pur digiuno di qualsiasi nozione relativa al tema di discussione – si sente in dovere di dire la propria con la pretesa di avere la stessa autorevolezza degli interlocutori più qualificati.

Alla democratica cancellazione delle distanze determinate dalla nascita e dal censo (cancellazione formale, ché ancora molto c’è da lavorare perché l’uguaglianza delle posizioni di partenza diventi una realtà per tutti, e l’articolo 3 della nostra Costituzione affida allo Stato questo impegnativo compito) si aggiunge l’azzeramento della distanza determinata dalla competenza. Una distanza che si era affermata naturalmente con la divisione specialistica del sapere e che non riguardava l’uguaglianza dei diritti. Non supponeva che i più titolati dovessero necessariamente stare in cima alla piramide sociale e quelli meno qualificati in fondo, piuttosto dava per scontata una sana distinzione nel merito, secondo gli ambiti specifici in cui la conoscenza è suddivisa. Così un ingegnere civile è più adeguato ad esprimersi in merito alla costruzione di un ponte, ma lo stesso cede il passo (e il microfono, lo schermo, la tastiera…) a un immunologo quando si parla di vaccini; e un tornitore può zittire un biologo quando si discute della realizzazione a regola d’arte di un manufatto. L’annullamento di queste distanze e l’appiattimento del dibattito pubblico ha creato l’illusione che l’organizzazione del sapere sia superflua e che pertanto anche in ambito politico non ci siano competenze specialistiche indispensabili per fare bene.

A rafforzare la delegittimazione di ogni autorità basata sulla competenza ha contribuito un’altra cancellazione: della consapevolezza che visioni diverse del futuro e contrapposti interessi materiali nel presente spingano i componenti di una stessa comunità su posizioni conflittuali. Dobbiamo questa cancellazione a una retorica con la quale un po’ da tutte le parti (ma in particolare le formazioni e i movimenti anti-sistema, dalla Lega degli esordi al Movimento 5 Stelle) si è sostenuto che i cittadini sono tutti ugualmente bravi e meritevoli, e che solo un ceto politico corrotto e impegnato a estrarre benefici personali da ruoli istituzionali sia la causa del disagio sociale e di ogni sorta di problemi. Una retorica profondamente ingannevole, che infama quanti si mettono al servizio della propria comunità operando nell’interesse generale, e nasconde la verità di una popolazione nella quale sono molto diffusi i comportamenti anti-sociali, dall’evasione fiscale ai “furbetti del cartellino”, come ci raccontano quotidianamente le cronache.

Poco male se si legittima l’idea che chiunque possa fare il commissario tecnico della nazionale. Se, però, passa l’idea che non solo chiunque possa fare il presidente del Consiglio ma addirittura che il campione politico è colui che la pensa come chiunque, insomma un uomo qualunque, allora i danni possono essere gravi e duraturi. La teoria del “buon senso” (fateci caso: quante volte questa espressione è stata invocata da alcuni politici negli ultimi mesi, e perfino nelle ultime ore nell’aula del Senato) è al servizio dell’idea qualunquista. La locuzione appropriata sarebbe “senso comune”, perché il buon senso già reclama una valutazione, un giudizio, mentre il senso comune è soltanto molto diffuso (corrisponde a quello che gli statistici chiamano “moda”).

Così l’appiattimento del dibattito pubblico, la cancellazione dell’autorevolezza basata sulla competenza, il disconoscimento dello specifico dell’agire del governo delle comunità, hanno appiattito la piramide politica, hanno favorito l’identificazione del campione con il portatore dei caratteri e delle qualità più diffuse, non delle qualifiche migliori.

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