In una presentazione di “L’economia percepita” al Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti a Roma, ospiti di Guido d’Ubaldo venerdì scorso, con Dino Pesole e numerosi colleghi ci siamo trovati a discutere a lungo del ruolo dei giornali e dei giornalisti nell’epoca delle piattaforme digitali, dei blog e dei social media. La discussione mi ha ricordato che, durante il lavoro per il libro, avevo proposto al mio co-autore un titolo provocatorio come Chiudete i giornali. Per un testo già molto critico sul ruolo dei media tradizionali, abbiamo concluso che potesse risultare eccessivo e abbiamo preferito porre esplicitamente l’enfasi sul gap tra realtà e percezione. (Peraltro, quella provocazione è stata usata efficacemente da Christian Rocca per il suo eccellente “Chiudete Internet”). Tuttavia nel dibattito dello scorso venerdì quello spunto è riemerso e qui sinteticamente provo a sintetizzare perché il giornalismo è morto, almeno come lo abbiamo conosciuto – e come ancora oggi viene in buona parte realizzato.

1. I media sono tali perché svolgono una funzione di mediazione. I giornalisti si fanno intermediari tra soggetti capaci di dare vita a fatti “notiziabili” e il pubblico. Portano le notizie dagli uni agli altri. Idealmente lo fanno in modo oggettivo, aggiungendo il valore di commenti e punti di vista, propri e di altri soggetti.

2. I social media e le piattaforme digitali in generale – Internet e il Web in quanto tale, se vogliamo – consentono di saltare l’intermediazione. Danno la possibilità a soggetti rilevanti per la società (politici, scrittori, comici, sportivi e mille altre categorie di persone) di scavalcare i giornalisti, di disintermediare il rapporto con il loro pubblico, mettendo la propria voce, la propria immagine, le proprie idee e le proprie produzioni direttamente a disposizione di cittadini, utenti, spettatori, appassionati, clienti.

3. Questa possibilità di disintermediazione sottrae potere ai media: il loro ruolo non è più indispensabile, i protagonisti della vita collettiva non hanno più bisogno di sottoporsi – loro malgrado – alla interlocuzione dialettica di chi porge domande, contesta risposte, mette a confronto leader di parti diverse. Le agenzie di stampa rimettono in circolo il tweet di un leader? Benissimo, quel leader sa che non ha bisogno di poderosi uffici stampa, gli basterà un buon social media manager. I TG ripropongono così com’è il video che un leader ha realizzato da solo, con il proprio smartphone? Benissimo, quel leader sa che non dovrà più accettare di sottoporsi a una intervista in un talk show per raggiungere un milione di telespettatori, con il rischio di subire domande scomode, perché potrà raggiungere un’audience altrettanto ampia con un monologo.

4. Questo non significa che il giornalismo sia finito. I giornalisti portano alla luce fatti che vengono tenuti nascosti. I giornalisti “collegano i puntini” che nella realtà compongono la vita sociale, consentendo di individuare tendenze, manipolazioni, disegni opachi. I giornalisti aiutano a interpretare i fatti. I giornalisti sollecitano la formazione di un’opinione critica, attenta, consapevole. L’intermediazione tra protagonisti e pubblico è solo una parte della funzione dei giornali, quella ormai non più necessaria. Il giornalismo di qualità è sempre più necessario in un mondo ricco di dati, che hanno bisogno di interpretazione per divenire informazione.

5. Quello di disintermediazione è un concetto cruciale ma non è l’unico, tra quelli da prendere in considerazione. C’è un’altra mossa di questo movimento tellurico violentissimo che sta scuotendo dalle fondamenta l’industria dell’informazione e l’intera democrazia: il progressivo annullamento della distinzione tra protagonisti della vita sociale e “pubblico”. Qualsiasi persona oggi può produrre informazione con mezzi alla portata di tutti (gli smartphone e l’accesso a Internet) e metterla in circolo (siti, piattaforme digitali, blog, microblogging, social media). Il giornalismo può usare questi nuovi protagonisti diffusi come alleati, può fare leva sul crowdsourcing di informazioni, interlocuzioni, opinioni come nuova risorsa per un nuovo giornalismo.

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